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Regine - Sabrina Ionescu


Walnut Creek, California, è una città piccolissima per gli standard americani. Poco meno di 70mila persone che vivono una vita tranquilla e ordinaria intorno alla Baia di San Francisco. Sole, mare, lavori normali in quella che è una delle aree metropolitane più affascinanti, ma al tempo stesso controverse degli Stati Uniti.
Nel 1997 Google era ancora solo nei pensieri dei suoi due fondatori Larry Page e Sergey Brin, Mark Zuckerberg aveva tredici anni, Amazon era letteralmente appena nato e cercava di farsi strada come piccola realtà di vendita di libri online. La Silicon Valley come la conosciamo oggi, insomma, era ancora lunghi dal venire alla luce, mentre proprio in quell’anno nasce la protagonista della nostra storia: una bambina di nome Sabrina.
Dan Ionescu e la moglie Liliana sono due immigrati rumeni, trasferitisi da anni in California. Sono entrati nel tessuto sociale di Walnut Creek e hanno già un figlio, Andrei. Nel 1997, però, il destino decide di donargli una doppia sorpresa: arrivano i piccoli Eddy e Sabrina, una coppia di gemelli. Passa molto poco, e si capisce subito che i due condividono un legame indissolubile, alimentato da uno spirito di competizione caldo e passionale come un braciere ardente. Il legame misterioso tra i gemelli è, credo, il luogo comune più diffuso per descrivere queste coppie di fratelli, ma le testimonianze dell’epoca e della loro vita insieme sembrano confermarlo nel modo più puro possibile.
Eddy e Sabrina fanno tutto insieme, ma soprattutto sono accomunati dal loro primo amore: quello per la pallacanestro. All’età di tre anni iniziano a giocare nel giardino di casa insieme al fratello più grande Andrei, dando vita a sfide che durano letteralmente tutta la giornata. Il fratellone non fa niente per rendere la vita facile ai due piccoli di casa che, pur penalizzati dall’altezza, dovranno sempre guadagnarsi ogni rimbalzo e ogni possibilità di vincere le partite. Ma sono Eddy e Sabrina a sfidarsi nel modo più acceso possibile.


Walnut Creek è una cittadina tranquilla, e negli anni Novanta, quando il mondo tech non era ancora il nuovo petrolio, era composta soprattutto da un grande nucleo operaio. I genitori di Sabrina lavorano duro tutto il giorno e, nel periodo estivo, i due gemelli vivono gran parte del loro tempo al parco, giocando e sfidandosi da soli. Probabilmente lo stile di gioco di Sabrina è nato in quei giorni, in quelle infinite partite contro un fratello che non l’avrebbe mai lasciata vincere facilmente. Eddy e Sabrina giocano, litigano, a volte vengono addirittura alle mani, tanto che ogni tanto qualcuno si fa anche male.
Le giornate al parco, però, sono lunghe, e quando la pallacanestro è la tua unica attività giornaliera devi trovare modi creativi per passare il tempo. Così, i due gemelli decidono di sfruttare l’occasione per fare qualche soldo: sfidano i malcapitati passanti nei modi più disparati: uno contro uno, due contro due, gare di tiro. Il risultato è sempre uno: vittoria Ionescu e malcapitato costretto a sborsare svariate quantità di denaro dal portafogli o a pagare loro il gelato.
Fino alle scuole medie, a Walnut Creek non esiste una squadra solo femminile, così Sabrina è “costretta” a giocare sempre con i ragazzi (negli Stati Uniti maschi e femmine giocano separati sin dalle prime fasce d’età, a differenza da quanto avviene nel nostro Paese), ma quello che fa Sabrina non è semplicemente “giocare”. Sabrina domina. A una partita del fratello la squadra è ridotta davvero male: a pochi minuti dalla palla a due non si è ancora raggiunto il numero minimo di cinque giocatori per poter scendere in campo. A Eddy viene un’idea: “Coach, potrebbe far giocare mia sorella?” Sulle prime l’allenatore sembra scettico, ma piuttosto che dover dare forfait accetta. Sabrina, che proprio per questo tipo di occasioni si era abituata a portare sempre con sé divisa e scarpe da gioco, si cambia in un baleno e scende in campo. Domina. Trascina la squadra e gioca con una forza che fa ardere la piccola palestra cittadina.
La partita è punto a punto. Negli ultimi minuti di gioco la squadra dei gemelli recupera un pallone e lo serve a Sabrina in contropiede. La futura star di Oregon si coordina per un facile terzo tempo, ma viene letteralmente abbattuta da un avversario, che la spinge con due mani facendola cadere rovinosamente a terra. Fallo che nella NBA di oggi verrebbe catalogato come “Flagrant 2”. Espulsione diretta. Sabrina si alza immediatamente e inizia ad applaudire energicamente in faccia al malcapitato giocatore avversario appena cacciato dal campo. La mentalità e la competitività “da campetto” sono ciò che l’hanno resa quello che poi è diventata negli anni di college. Una giocatrice dall’intensità non soltanto innata, ma allenata in anni di sfide dure sull’asfalto e sul cemento.
Quando osservate Sabrina Ionescu tirare capite subito che non è stata costruita. Non tira come ogni libro di fondamentali tecnici suggerirebbe. Il rilascio è troppo basso, forse usa troppo la spalla. Però fa canestro. Fa tremendamente, sempre, canestro. Negli anni di sfide al parchetto Ionescu ha trovato un modo per rendere efficace anche ciò che non è consigliato dai libri teorici, inventando uno stile tutto suo, che l’ha resa ciò che è oggi. Un playmaker in grado di segnare in ogni modo, di passare la palla divinamente grazie a una lettura del gioco di livello superiore, di lottare per ogni rimbalzo e di difendere su più ruoli pur non possedendo l’atletismo e la velocità di piedi di tante altre giocatrici. Ma prima di tutto ciò che può essere inserito in un contesto tecnico, la più grande qualità di Sabrina è che detesta perdere.
Da bambini, le partite con Eddy terminavano soltanto quando lei vinceva. Se si doveva tornare a casa alle 8 e Sabrina non aveva ancora vinto si tornava alle 9, o soltanto quando l’ultima partita l’aveva vinta lei. Crescendo, questo spirito non è cambiato. Dopo le medie arriva il momento di andare al liceo, e il piccolo paese nel quale gli Ionescu vivevano non aveva ancora una squadra femminile, così papà Dan decide di portarla nella vicina Orinda, dove allena coach Kelly Sopak. Da subito entra a far parte della squadra, ma le cose non vanno come a una predestinata sembrerebbe che potessero andare.
Il primo anno di liceo alla Miramonte High School non è dei più facili. Sabrina non entra in quintetto fino a metà di quella stagione, sedendo molto spesso in panchina per larghi tratti di partita, pur essendo la giocatrice più dotata tecnicamente dell’intera squadra. In tante situazioni come questa ciò avrebbe portato a qualche alzata di sopracciglio da parte dei genitori della ragazza, se non ad un confronto con l’allenatore vero e proprio. Non è il caso dei genitori di Ionescu che, seppur già divorziati, rimangono uniti per fare il tifo per lei e per la squadra ad ogni singola partita. Di lì a poco la loro prima figlia farà registrare 24 punti e 12 rimbalzi nella vittoria 69-55 contro Archbishop Mitty, le campionesse statali uscenti.


Voler sempre vincere è un tratto importante per un giocatore di pallacanestro: tanti campioni del passato avevano questa ossessione per la vittoria dentro di loro, che li ha resi ciò che sono diventati. Pensate a Kobe, o anche a Micheal Jordan. Ma voler sempre vincere è sempre positivo? Nel caso di Sabrina rappresenta, al tempo stesso, la sua più grande forza, ma anche il suo più grande punto debole. Sempre nel primo anno di liceo Miramonte arriva fino alle semifinali del torneo statale contro Saint Mary. A 2.6 secondi dal termine Ionescu è in lunetta per i due liberi che regalerebbero a lei e alle sue compagne la finalissima. Nel campionato liceale della California esiste la regola dell’1+1, che permette di tirare il secondo libero soltanto se viene segnato il primo. La concentrazione è tanta: la palla lascia i polpastrelli di Sabrina, ma si spegne sul ferro, nel silenzio del palazzetto. Miramonte perde ed è fuori dal torneo. Sabrina scoppia in lacrime. Sente di aver deluso le sue compagne e sé stessa. Per giorni non è possibile avvicinarla: meglio non parlarle.
Ancora una volta è Eddy l’unico a poterne leggere le intenzioni e l’umore. Appena finita la partita la porta in palestra per un allenamento di ore soltanto sui tiri liberi. Nella sua ultima stagione ad Oregon, quella appena conclusa, li tirerà con il 92,6%. Eddy la sfida: “La mia mano sinistra è migliore della tua”. Per un’estate intera Sabrina giocherà, tirerà, passerà solo con la mano sinistra. Oggi è completamente ambidestra in ogni fondamentale tecnico. Una mentalità maniacale, molto simile a quella dell’amico Kobe Bryant, il suo mentore al quale, dopo la morte, ha dedicato la sua stagione e la sua carriera futura.
Qual è la vera Sabrina? Quella maniacale, decisa, determinata in campo che abbiamo conosciuto fino adesso oppure quella che, alla fine del liceo, non ha ancora idea di quale sarà il suo futuro? Quando si gioca il McDonald’s All American Game è l’unica delle partecipanti che non ha ancora deciso per quale college giocherà. Nell’ultimo giorno disponibile per firmare una lettera d’intenti, dopo una lunga conversazione notturna con coach Sopak, non ha ancora le idee chiare. Il mattino decisivo, a poche ore dalla deadline per dichiarare il proprio commitment, nemmeno papà Dan che la deve accompagnare in macchina sa dove saranno diretti, fino a che Sabrina rompe gli indugi: “Andiamo a Eugene”.
Eugene è la sede dell’Università di Oregon, ed era stata in ballo fino all’ultimo secondo con Seattle, sede dell’Università di Washington. Alla fine del viaggio in macchina dalla California all’Oregon con papà Dan, Sabrina sorprende tutto l’Ateneo, coach Kelly Graves compreso, che la abbraccia quasi in lacrime. È l’inizio di una grande storia d’amore, ma anche la fine (temporanea) di un rapporto quotidiano. Quello col gemello Eddy, che rimane vicino a casa, iscrivendosi al City College of San Francisco. È la prima volta che i due vivono separati. Si sentono ogni giorno in lunghe telefonate e via chat, ma Sabrina sta vivendo il primo vero distacco con quella parte di sé che sembrava impossibile poterle portare via.


Quando Sabrina Ionescu entra per la prima volta nella palestra di allenamento degli Oregon Ducks non ha mai giocato un pick n roll in vita sua. Nonostante fosse un playmaker, il suo liceo giocava diversamente. Ma il sistema di coach Graves al college prevede un uso massiccio dei blocchi sulla palla, al quale Sabrina semplicemente non è abituata. Ci mette un po’ ad abituarsi al nuovo tipo di gioco e ai nuovi ritmi, ma una volta prese le misure non la ferma più nessuno. La maglia numero 20 dei Ducks diventerà di lì a poco l’incubo di tutte le difese della Pac-12, e già dal primo anno si impone come leader delle sue compagne in campo e fuori, grazie alla sua vocalità e a quel modo di comunicare carismatico ed assertivo che solo le grandi personalità possiedono. Le bastano sette partite per registrare la sua prima tripla doppia, in una vittoria di 30 contro San Jose State. È la prima tripla doppia di un qualsiasi giocatore di Oregon dal 1988.
Anche in questo caso Sabrina non si fermerà più: diventerà la giocatrice con più triple doppie nella storia del college basketball. Nel frattempo Eddy proprio non ce la fa a stare lontano da lei e, al termine dei due anni di Community College a San Francisco, si trasferisce ad Oregon e diventa il suo nuovo compagno di stanza.
Il 25 Febbraio 2020 Sabrina Ionescu è sul palco allo Staples Center di Los Angeles. Sul leggio in vetro poggia un foglio dal quale legge le parole dedicate al suo amico e mentore Kobe Bryant. Indossa un lungo vestito nero. Dopo 20 secondi del suo discorso la voce le si spezza dalla commozione e trattiene a stento le lacrime, mentre parla di come l’etica del lavoro di Kobe l’abbia spinta a lavorare lei stessa per migliorarsi ogni giorno. È un discorso molto toccante, che vi lascio qui nella sua interezza. Poche ore dopo quel discorso Sabrina e le sue compagne sono in campo per la sfida a Stanford, la principale rivale per il titolo della Pac-12.


Prende un volo e raggiunge casa, quella Bay Area dove è cresciuta e dove Stanford la attende per renderle la vita difficile. Al termine della partita non solo Oregon ha vinto, ma Sabrina avrà fatto registrare la sua 26esima tripla doppia della sua carriera (21 punti, 12 rimbalzi, 12 assist) e avrà raggiunto il suo traguardo più grande fino a questo momento: è la prima giocatrice di college basket, sia maschile sia femminile, a raggiungere quota 2000 punti, 1000 rimbalzi e 1000 assist. Un traguardo che è stato celebrato ovunque e che potrebbe dare alla pallacanestro femminile quella visibilità ed esposizione che si merita, perché scavando, ma nemmeno troppo, in questo mondo tanto nascosto e penalizzato sia economicamente sia culturalmente, si trovano storie, ma soprattutto giocatrici semplicemente incredibili.
Il 9 Marzo va in scena il re match di quella partita. Questa volta in palio c’è il titolo del torneo della Pac-12. Nel primo tempo Stanford si dimostra pronta alla sfida, mentre Oregon è contratta. Al termine dei primi venti minuti Sabrina Ionescu è a quota zero punti. Entra nel secondo tempo con un’altra faccia. Segna 15 punti praticamente consecutivi e Oregon vola, guidata dai suoi guizzi e dai suoi assist. Chiuderà con 20 punti e 12 assist una partita che i Ducks vinceranno poi in scioltezza laureandosi campionesse di Conference. Il Torneo NCAA 2020 doveva essere la sua ultima sinfonia prima della carriera già scritta in WNBA, dove sogna di giocare con le New York Liberty del suo idolo Becky Hammon (la prima giocatrice della quale abbia avuto una divisa).


Sembra incredibile aver dedicato più di 10mila battute e quasi quattro pagine di un documento Word a una ragazza che non ha ancora disputato un singolo minuto di basket professionistico. Eppure, in quattro anni di carriera collegiale Sabrina Ionescu è già diventata un’icona del basket, non solo femminile, ma a 360 gradi. La sua tripla doppia contro Indiana (la prima al torneo NCAA) è stata l’occasione per lei di ribadire che le donne, esattamente quanto gli uomini, meritano attenzione. Al termine della partita ha criticato ESPN (che proprio ieri le ha dedicato la copertina del suo magazine) per non dedicare allo sport femminile la stessa attenzione che dedicano al maschile. Sabrina Ionescu è un personaggio pieno di sfaccettature: è al tempo stesso la ragazza insicura di Walnut Creek, che gioca spensierata al campetto col fratello, e la donna forte che sale su un palco di fronte a migliaia di persone per ricordare un amico scomparso. È la donna che guida altre donne e le motiva a dare sempre qualcosa in più, ed è la stessa persona che, quando le chiedono se abbia mai sentito Becky Hammon per un consiglio o una chiacchierata risponde imbarazzata: “Ma se non sa neanche chi sono…”
Alcuni lati del suo carattere la rendono simile a tutti noi, mentre altri la elevano a uno status difficilmente comprensibile per chi non ha quella voglia e quel fuoco dentro che solo i predestinati, in tutte le discipline, sembrano poter avere. La sua legacy è appena cominciata e, anche se il Covid-19 ci ha privati del suo ultimo ballo collegiale siamo già pronti a vedere ciò che il futuro avrà in serbo per lei, sin dalla prossima stagione di WNBA quando sul più grande palcoscenico mondiale salirà una ragazza come tante, la cui storia è iniziata in un campetto californiano e che ora allieterà milioni di persone in tutto il mondo.

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